A fine gennaio ci sono stati i primi scontri aperti e da quel momento la regione del Nord Kivu, nel nord est del Congo, è stata messa a soqquadro dall’esercito ribelle M23 (Movimento 23 marzo) che ha cominciato un’ennesima avanzata, questa volta inesorabile, verso la città di Goma.
Capoluogo di questa regione congolese, la città è stata ovunque saccheggiata con incendi, compresa la prigione centrale. Non sono mancate fughe di massa della popolazione presa di mira con violenze inaudite dai ribelli sostenuti, palesemente ma non ufficialmente, da uno dei Paesi confinanti con questa regione, il Ruanda.
Ma non è finita qui, perché il piano delle forze militari filo-ruandesi è conquistare con la forza tutti i territori orientali della Repubblica Democratica del Congo: Ituri, Kivu Nord e Kivu Sud, ridisegnando la mappa della regione con il pretesto della rivolta dell’M23.
Infatti i ribelli, dopo aver messo a ferro e fuoco decine di città, sono arrivati prima a Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, dove L’M23 è entrato insieme ai soldati ruandesi ma senza resistenza, per evitare di ripetere gli stessi massacri e stupri già visti a Goma e altrove, e poi a Uvira, dove invece ci sono state violenze.
Al momento di andare in stampa questo è l’ultimo evento di una politica spietata, portata avanti da campagne militari, che da trent’anni semina morte, distruzione e 4 milioni di sfollati, a cui si aggiungono i 300-400 mila di questi mesi.
È una guerra che ha le sue cause nella corsa ai minerali preziosi, soprattutto per i prodotti elettronici di cui sono ricche le regioni adiacenti al Lago Kivu: oro, tantalio, coltan, cassiterite e cobalto.
L’attacco dell’M23 è considerato dal governo congolese una “dichiarazione di guerra” da parte del Ruanda. Di fatto, però, le autorità governative sono incapaci di gestire questa drammatica situazione.
I militari dell’esercito regolare (Fardc) mal preparati e mal pagati che fuggono alle prime avvisaglie di scontri e le strutture sanitarie e amministrative allo sfascio fanno sì che lo Stato sia assente. Al momento è perfino impossibile fare un bilancio degli scontri, anche se si parla di migliaia di feriti e centinaia di morti.

Nella regione si trovano tante comunità missionarie che lavorano per il bene, come quella dei padri comboniani a Butembo, con padre Gian Paolo Pezzi; ci sono le suore Dorotee di Cemmo che lavorano nei due centri nutrizionali di Bukavu e Kavumu e, ancora, il centro di accoglienza per bambine ritenute “stregone” di Natalina Isella, consacrata laica delle Discepole del Crocifisso. Nessuno di loro intende lasciare il proprio posto. Anzi, più forte è l’esigenza di essere vicini a chi più soffre.
Le suore dorotee, che accolgono ogni anno più di 800 bambini bisognosi di cure alimentari, riferiscono che i prezzi dei pochi beni sul mercato sono schizzati alle stelle perché tutti cercano di fare scorte, mentre c’è sempre più bisogno di latte terapeutico, latte in polvere semplice, farina di mais, soia e sorgo per i bambini denutriti e malnutriti di cui si occupano. Ma anche di riso, fagioli, olio, bende e disinfettanti.

«La violenza è un’epidemia – ci scrive padre Gian Paolo Pezzi – e la presenza dei missionari accanto alla chiesa locale diviene sempre più importante sia per l’assistenza umanitaria, sia per mantenere la speranza nella gente.
Si è visto a Goma e anche a Bukavu. Nella guerra, nella violenza, nella paura i più poveri e oppressi si rivalgono contro il più debole fra loro e il rigurgito tribale risorge. A Butembo viviamo nell’incertezza.
Sei settimane fa l’M23 e le truppe ruandesi, ancora prima di prendere Goma, si erano incamminate verso Butembo. Poi hanno ripiegato su Bukavu, a sud, e oggi marciano ancora più al sud, verso Uvira.
La nostra zona è invasa, pacificamente per adesso, da truppe ugandesi. L’insicurezza paralizza molte attività, soprattutto commerciali; aumentano i prezzi dei beni di prima necessità, mentre la città si riempie di sfollati che fuggono le bande criminali presenti nelle campagne. Ma continuiamo il nostro lavoro con serenità confidando in un futuro meno incerto».

«C’è grande incertezza e paura – ci scrive Natalina Isella – e la gente si sente come un gregge senza pastore. Aumentano i bambini abbandonati e, oltre agli alimenti e alle medicine, abbiamo bisogno anche di preghiera, perché se proprio non si può fermare la guerra, almeno che non prendano troppo spazio le violenze».
Preghiamo tutti insieme per loro e non stanchiamoci di pregare per la pace invocandola costantemente, come ci chiede papa Francesco:
“ Che si trovino cammini di pace e che nella vostra preghiera quotidiana chiediate la pace, per favore .”








