Nel Myanmar un sisma, 7.7 di magnitudo, ha devastato le regioni centrali di Mandalay e Sagaing, colpendo oltre la metà dei 17 milioni di abitanti dell’area centrale, la più popolata, e polverizzando 41mila case, 1.800 scuole, 3.300 templi e strutture religiose. Sono tutte stime al ribasso, comprese le migliaia di vittime finora accertate.
Eppure il disastro naturale rappresenta solo una parte della tragedia. La scossa ha colpito un Paese in guerra da quattro anni dove sanità, educazione e i servizi essenziali sono già stati distrutti.
A causa del conflitto in corso, che continua a opporre le forze governative ai gruppi ribelli, nel Paese ci sono 3,5 milioni di sfollati interni, di cui 2,1 milioni sono stati colpiti dal terremoto.

Un appello è arrivato dalle suore Domenicane della Beata Imelda che, tra l’altro, collaborano con le Ancelle missionarie in varie zone del Paese.
Nei loro messaggi la gravità dei danni del terremoto si somma all’incancrenirsi della guerra civile:
«La nostra comunità e la popolazione a Loikaw non sono state colpite dal sisma. Non ci sono danni, ma è diventato molto rischioso viaggiare», scrive suor Elizabeth Byama.
«Le persone stanno soffrendo molto a causa dei bombardamenti che continuano incessanti in varie zone» aggiunge suor Mary Aung Om Khaw Vai.
I messaggi di questa comunità missionaria sono chiari e ci invitano a non lasciare sola la gente del Myanmar.

Subito dopo il sisma Cuore Amico ha inviato alcuni aiuti ma, anche se da quel 28 marzo i riflettori sono rimasti accesi il minimo indispensabile e da noi non se ne è più parlato, i bisogni sono ancora tanti.