Da più di otto anni in Myanmar è in corso un conflitto civile focalizzato nella regione dell’Arakan, abitata in maggioranza dalla popolazione Rakhine che si è ribellata al governo centrale del Paese. Nella stessa regione vive il popolo dei Rohingya che subisce molti soprusi da parte dell’esercito nazionale che, per attaccare i ribelli, colpisce i civili con raid aerei mortali, e anche dagli stessi ribelli, protagonisti di attacchi incendiari, sparizioni forzate e uccisioni mirate di civili Rohingya.
Per sfuggire a violenze sfociate in una vera e propria persecuzione, questa minoranza etnica è da tempo in fuga dal Myanmar verso altri Stati del sud – est asiatico.
Oltre un milione e 300mila persone sono presenti nel vicino Bangladesh, dove vivono in condizioni disastrose di povertà e precarietà: rinchiusi in enormi campi profughi, sopravvivono solo grazie agli aiuti internazionali.
Il missionario saveriano padre Pietro Luigi Lupi, da molti anni in Bangladesh, segue da vicino i Rohingya presenti nell’area sud – est del Paese. Ci ha fornito un recente aggiornamento della situazione:
«Rimpatriarli è al momento impossibile, in quanto gli scontri tra esercito governativo e ribelli sono molto duri. Allo stesso tempo non si riesce a trovare una risposta, né locale, né internazionale, al costante esodo di cui nessuno parla.
Il popolo Rohingya è schiacciato tra le violenze subite in patria e l’accoglienza che ricevono nei campi profughi, perché al loro interno si trovano ancora i gruppi armati ribelli del Myanmar che continuano a perpetrare omicidi e gruppi criminali dediti al traffico di droga e di esseri umani.
Gli incendi delle baracche sono l’arma preferita per gestire rivalità di ogni tipo, causando morti e lasciando centinaia di rifugiati senza un tetto.
In questo quadro la presenza mia e dei miei confratelli è importante per dare sostegno alla gente e, in particolare, a bambini e giovani, aiutandoli nella formazione scolastica.
Sono decine di migliaia, nati e cresciuti all’interno dei campi dei rifugiati dove hanno imparato a camminare, correre, giocare e frequentare la scuola in un ambiente surreale fatto di capanne accatastate su piccole alture che franano a ogni monsone.
Avvertiamo i loro sogni irrequieti e le speranze di una nuova vita che non trovano nessun interlocutore pronto ad accoglierle e che, alla fine di ogni giorno, si spengono nel buio della notte, accompagnate dalle esplosioni di bombe o di colpi di mortaio che cadono appena di là del confine con il Myanmar».
Sperando che la drammatica condizione del popolo Rohingya trovi una soluzione pacifica e condivisa dalla comunità internazionale, ciò che possiamo fare nel nostro piccolo è prenderci cura di bambine, bambini, ragazzi e ragazze che, con il sostegno di padre Pier Lupi, possano continuare gli studi e tornare presto nel loro Paese.









