I disturbi mentali causati dalle difficoltà vissute dai rifugiati sono una realtà spesso invisibile.
Suor Akberet Tewelde, missionaria comboniana in Uganda, lavora a stretto contatto con i rifugiati giunti dall’Eritrea in cerca di una vita migliore. In Uganda, infatti, sono più di 40 mila (soprattutto giovani tra i 23 e i 35 anni) i profughi eritrei che, fuggiti da conflitti e instabilità politica, vivono nelle periferie della capitale Kampala.
«Per arrivare qui molti di loro hanno attraversato diversi Paesi facendo viaggi pericolosi. Alcuni sono diventati vittime della tratta di esseri umani e molti portano con sé cicatrici invisibili, ma profonde», racconta suor Akberet.
La scarsità di opportunità lavorative, l’isolamento sociale e la mancanza di supporto familiare si trasformano spesso in depressione che rende la loro vita ancor più fragile.
Senza un appoggio e una speranza in un domani migliore, molti di loro vivono nel silenzio e in un profondo dolore psicologico.
Il progetto di suor Akberet intende rispondere a queste problematiche, offrendo trattamenti medici adeguati e supporto mentale a lungo termine mediante psicoterapia e visite domiciliari.
Obiettivo è aiutare questi giovani a riscoprire i valori umani e religiosi, contribuendo alla loro integrazione nella società.
Restituire speranza e dignità a chi ha vissuto traumi profondi è donare una nuova vita a chi l’ha persa.








